La gioia ossessiva di essere me

Non mi azzardo a fare anche soltanto mezzo sospiro in eccesso. Questo capriccioso clima subtropicale mi costringe a un’indignitosa, ostinata economia degli sforzi. Anche se è l’una e mezza di notte, anche se ho fatto l’ennesima doccia cinque minuti fa. C’è un  ventilatore stanco grigio chiaro che sposta su di me il turbinio delle correnti d’aria calda di tutta la stanza. Per il resto è tutto intollerabilmente fermo. A parte la testa.

Sono nel corso di una di quelle sessioni di attività cerebrale che gli altri definiscono in tutta informalità starmene nel mio mondo.  Guardo l’alone delle luci gialle del palazzo di fronte. Volgo lo sguardo sopra di esse, sopra di me. Sono piccolo sotto questo telo nero, ingombrante e inquinato. Non lo sa nessuno ma sto marciando in due minuti nei secoli dei secoli, a passo indelebile e svelto, con ogni filosofo, ogni scienziato, condottiero, mistico, ingegnere, poeta, dottore, eretico, operaio, artista, insegnante, stratega e bracciante che sia mai esistito e che mai esisterà. Ci lega stretti il filo della storia, la genetica, la linea tratteggiata delle nebulose esplose e un certo umanissimo gusto per la contraddizione. È una fitta dolcissima che accoglie e ingloba di comunione con il tutto, la somma totale di ogni singolo respiro, bacio, pugno e pensiero che sia mai esistito in questo soleggiato lembo di acqua e sedimenti rocciosi. Non mi riesce difficile immaginare perché qualcuno, sperimentando tanta grandezza, potesse chiamarla in causa come esperienza  religiosa. Quant’è buffo che a questa  profonda inscalfibile relazione corrisponda una speculare sempiterna sensazione di non appartenenza. Un gatto trotterella impercettibile nelle viuzze del lotto, passa un aereo, un uomo guarda il vialetto, e subito dopo il firmamento, e poggia un mozzicone spento sul balcone. Sto nel mio mondo. Cosa vuol dire? Ne esistono forse altri?

Calcio pietruzze nel cortile dell’asilo, fisso l’angolo delle erbacce impertinenti. Gli altri bambini anche quando non li guardi, li senti. Urlano. Corrono. Giocano. Le suole gommate delle loro  scarpe battono e scivolano e frastuonano su ciottoli grigi chiari, col sole che li rende ogni tanto bianchi, così che la luce si riflette e acceca. Sono qui perché devo. Il primo giorno è stato terribile. Nessuno capisce quanto spaventosa possa essere la novità. Volevo uscire, volevo tornare a casa. A me scappava da piangere e urlare; alla maestra è scappata una sculacciata.

Mi piace l’odore della carta. Ho questo disegno che devo colorare. Apro l’astuccio. Prendo un pastello, poi tutti gli altri. Per me, le matite devono stare tutte dentro o tutte fuori. Su metà del mio banco, ci sono i miei legnetti dall’anima vivace. Li sollevo, uno dopo l’altro, impugnandoli tra pollice e anulare, e sfrego animoso nello sforzo di rimuovere il bianco (o il banco. Dipende). Premo così forte da spezzare la punta. Succede spesso. Allora prendo il temperino. Quando la punta mi viene perfetta, basta un altro minuscolo giro di lama e si spezza. Mi innervosisco, rifaccio la punta. Succede spesso. Fine dei giochi, inizio delle lezioni. La voce monotona mi descrive la noia con pretesa di mia totale attenzione. Il nervoso me lo tengo: taccio, strappo in pezzetti infinitesimali i bordi dei libri, mordo penne, matite, giochi, spezzo, distruggo, arrotolo, manipolo oggetti. La maestra guarda il mio banco e fa una faccia che scoprirò essere di disappunto. In palestra quando mi lanciano la palla balzo all’indietro per evitarla. D’altra parte, faccio lo stesso con ogni esercizio che mi richieda equilibrio.

È ora di pranzo. A mensa siamo tutti insieme, posizionati in un lungo assetto rettangolare di adulti cincischianti a capotavola. I tavoli sono banchi con tovaglie di carta con un logo a forma di cometa. La tovaglia sotto il gomito è spiacevolmente ruvida. L’inserviente trascina un carrello metallico cigolante lungo l’atrio, per sostare ogni dieci minuti, poi sistemarsi i capelli avvolti nella retina, poi sbuffare, poi desiderare di uscire per fumare una sigaretta, poi distribuire una trentina di piatti di plastica al banco divenuto tavolo. Nel piatto c’è un pezzo quadrato di formaggio sottile con contorno di spinaci. Intaglio un triangolo del primo, e me lo infilo in bocca. Mastico lento, con fatica. Gli altri dicono che è insapore, in realtà sa di latte salaticcio e sapone. Provo con gli spinaci. Quelli sono amarognoli. Ingoio. Sul fondo della mia gola si attiva il riflesso incondizionato della nausea. Così è, se non va bene il sapore, la consistenza, l’odore di un cibo. Non ce la faccio a proseguire oltre, sono costretto a lasciare cibo e posate sul tavolo. Alcuni gruppi di bambini si alzano. Quando il primo gruppo si alza, mancano esattamente sessanta secondi alla ricreazione. Le maestre si accorgono del mio piatto pieno e mi intimano di finire tutto. Se non obbedisco, posso scordarmi la ricreazione. Ricevo l’ordine e non mi scompongo, yes sir. Ripeto il tentativo. La  sensazione di nausea è più forte. Rischio di sputare tutto, mi trattengo, scende una lacrima di disgusto. Prendo un tovagliolo, mi libero. Sollievo. Mi dispiace, comandante. Passo il resto dell’ora seduto al tavolo, osservo i rimbalzi ripetuti del pallone giallo di spugna nella partita di calcio che si svolge tra la mia classe e la sezione di fronte. Esce di campo varie volte. Undici. Le maestre si alzano dal muretto per tornare in  mensa e trovarmi, seduto a schiena dritta, dove mi avevano lasciato. Ricevo richieste di spiegazioni. «Mi fa schifo», affermo troppo sincero. «Che maleducazione» tuonano, «il cibo non fa mai schifo». Si sbagliano, ma loro non possono saperlo. Corro su per le scale con stomaco rombante per tornare in classe. Elemosino, insistendo, un quarto d’ora di costruzioni: l’ingiustizia sa di plastica. Mia madre spesso a casa indaga se a scuola io ogni tanto qualcosa la mangio. Domanda retorica.

Sono in cortile, in una giornata ventosa le foglie di quercia si lasciano trasportare. Un bambino inciampa e rotola in terra. Mi sembra che rida, chissà perché cerco di ridere anch’io. Poi sembra lamentarsi. Aspetta, sta piangendo. E io ho riso. Come ho potuto?

Sono al funerale di mia nonna. Tutti sono pieni di fazzoletti. Rimango inespressivo, come se nulla fosse successo. Chiedo lumi. Mio padre mi rassicura, dice che va bene così, ognuno è diverso. Io ho l’impressione, però, di essere diverso in un modo diverso da quello che intende lui. Lui sente la perdita lo stesso, io no. Cosa c’è di sbagliato in me? Un mese dopo piango. Il tempo delle mie emozioni e dei miei pensieri non è proprio lo stesso. Perché?

Sono in camera mia. Mi viene chiesto cosa c’è che non va. Perché fisso il muro, perché ho questa faccia. Niente. Ho una faccia normale, credo. Piatta e seria, forse. Ma cosa dovrebbe esserci? Sono dentro me stesso.

Sono in compagnia degli altri, per sopperire al mio desiderio di legami, anche se mi pesa e m’affatica da morire. Interagire è un esercizio di cui non viene specificata materia e tipologia, dove occorre indovinare la consegna dell’esercizio stesso. Bisogna sperare di aver indovinato cosa mi è stato chiesto, e non importa più di tanto che la risposta sia corretta, perché devo anche fornirla col tono di voce e i comportamenti non verbali appropriati, perché altrimenti la risposta più giusta diventa sbagliata. La differenza è che il resto della classe umana coglie al volo i suggerimenti invisibili, queste incredibili sottigliezze. Per questo motivo nessuno ritiene opportuno rendermele note, queste  informazioni lapalissiane. Sicché nessuno pare capacitarsi di come un individuo ai loro occhi così intellettualmente dotato non sia in grado di afferrare delle ovvietà, appaio in qualità di strafottente insensibile egoista che ignora con efferata deliberazione i segnali che provengono dagli altri e si sente esentato, poiché migliore degli altri, dal rispetto delle convenzioni non scritte che regolano le loro interazioni.

E a volte litigo. Per le mie mille fissazioni, per le mie mille necessità, per questa mia così grande incapacità di depurare a monte i dati sensoriali, emotivi che entrano in me. Se accade, mi irrigidisco. L’emozione tutta, in ogni sfumatura, mi rende un ceppo di legno nella sua imprevedibilità. Non so che fare. Non ho idea di come si presuma che io debba rispondere, e non voglio ferire. Ma lo faccio, perché scarsamente consapevole dei toni e dell’appropriatezza esprimo chiaramente pensieri che ai miei occhi sono logicamente ineccepibili, ma ciechi nei confronti dell’altrui sensibilità, e dunque inaccettabili a una qualsiasi altra testa. E dunque finisce che confliggo, e nel farlo in automatico mi domo, mi faccio più calmo di prima, e nonostante questo l’altra parte si scalda, mentre argomento, argomento, argomento. Le emozioni però non si argomentano, ho dovuto impararlo a duro prezzo, e pur dopo anni di esperienza la cattiveria gratuita dell’interlocutore nei momenti di rabbia la interiorizzo sempre col suo significato letterale. Uno stronzo senza cuore del tutto occasionale e non veritiero si scolpisce nella pietra, in questa testa di travertino. Mi governa un’etica quasi cavalleresca dei rapporti umani, dotata di una correttezza profonda e naturale, dove anche affilare la lama è un gesto che non vorrei ma che devo e che mi premuro di addolcire nelle modalità concessemi. Con svizzera puntualità però, mi ritrovo, periodica, una ferita. Non è la ferita che mi dispera, è l’essere infilzato per mero impulso, senza lealtà. Capisco ogni dramma, ma non l’impossibilità globale dell’autocontrollo, e so che è complicato avere a che fare con me, ma vale molto di più il contrario. Così sarò per sempre, temo: troppo tenero, eccessivamente feroce.

Sono di nuovo in classe. «Sei sempre altrove, tu. Guardi fuori dalla finestra, cosa guarderai mai?». Guardo un cielo di cotone idrofilo, guardo il tempo che scorre e chissà dove va, guardo la scia dello stormo di gabbiani che ci sono e non dovrebbero, che siamo a Roma e sul sussidiario c’è scritto che i gabbiani stanno al mare e a Roma il mare non c’è, pure se è a mezz’ora esatta di macchina. Questo io lo so, perché quando andiamo da mia zia tengo il conto. Parlo poco, parlo mai, perché le parole sono preziose, sfuggono dalla bocca, si perdono come cinque euro nella giacca. «Socializzi poco», mi si dice. La solitudine è un privilegio che difficilmente si concede agli altri.

Amo la disciplina dei miei gesti, il flusso inconsequenziale dei pensieri. Amo l’intimità casuale di un braccio che mi sfiora sulla metropolitana, la conoscenza tramandata con gli sguardi che brillano, i come e i perché, il giudizio impassibile dei posteri, l’oggettività che è così sfuggevole, la logica, l’astrazione, l’ordine supremo e il fascino nei loro occhi di ghiaccio, l’incendio, l’oceano che si muovono in me: guerra e pace, stretta di mano e coltello nel fianco. Esiste l’ansia che mi schiaccia faccia al muro con spaventosa, terrorizzante forza. Esiste però anche la gioia, che non è simile a nessun’altra gioia mai vista. Mi fa camminare avanti e indietro concentrato nelle parole, nelle immagini, negli schemi, mi fa battere a ritmo il piede per terra, mi fa sorridere per ore fino a farmi sentire dolore alla faccia, mi fa venire gli occhi lucidi, mi fa accelerare il battito e mi fa produrre dei piccoli vocalizzi divertenti che sento solo io, mi fa agitare le mani quando nessuno guarda. È un momento di lucida chiarezza che tintinna limpido, inafferrabile a tutti tranne che a me. All’infinito. Cammino in mezzo alle folle, clandestino, la tengo tra le mani come si tiene un figlio segreto, splendidamente perfetto. La mia realtà è questa, una realtà che attraversa saettando filtri fotografici che colorano tutta la mia esperienza, che si fa più radiosa, a volte troppo intensa fino al doloroso sovraccarico, a volte momento di inarrivabile, gloriosa benedizione neuronale.

Qualcuno ha pietà della mia chiusura in me stesso. Io ne ho per la chiusura negli altri, per tutti coloro che non saranno mai in grado di sapere, saper trovare il significato nella trama fine delle cose, fondamentali e superficiali, e quale perseverante stato di grazia ne deriva. Ho pietà di chi non è in grado di gioire per ore e ore per una sonda spaziale, un tè ben riuscito, un fumetto significativo, la geometria dei bicchieri di vetro, la silhouette graziosa degli sguardi schivi. Ho pietà di chi non riesca a trovare una tale potenza nei simboli irrilevanti e cruciali del suo piccolo cosmo elegante. Io ho la gioia. La gioia ossessiva di essere me.

P.s. Ho scritto tutto questo, dopo tanta elaborazione personale, per annunciare a me e a chi mi legge che ho fatto pace con una mia personale verità, che forse stupirà qualcuno e forse qualcun altro no, assimilata con un po’ di fatica e molto ritardo: sono collocato nello spettro autistico, nella fattispecie in quella parte che la scienza medica ha chiamato Sindrome di Asperger. È anche il mio primo post su questo blog: qualcosa vorrà pur dire.

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