Circa gli sviluppi della sinistra degli ultimi vent’anni e qualche evento recente

Prima di tutto, mi occorre fare una precisazione circa il significato modalità d’uso della definizione di sinistra. Intendo sinistra come termine che riassume l’insieme delle forze politiche socialiste, quelle cioè che oltre a esibire posizioni progressiste in vari ambiti, si riconoscono almeno a livello formale, anche solo parziale, in una critica del sistema economico capitalista.

Per quanto esistano e siano esistite altre formazioni con qualche idea di stampo egualitario che però non toccavano l’ambito dell’economia, e per quanto queste abbiano senza dubbio influenzato la politica della sinistra, anzi delle sinistre, non ritengo che ne facciano parte. Questo a maggior ragione oggi, quando persino forze politiche reazionarie si prendono in carico, in modo strumentale, gli appelli delle minoranze per recuperare in consenso sui diritti civili ciò che si accingono a distruggere sul piano di quelli sociali.

Mi sono chiari i problemi di una tale generalizzazione, tenuto conto della vistosa eterogeneità delle parti che costituiscono queste insieme. Includo infatti in esso parti che rifiuterebbero di essere definite di sinistra e di collocarsi all’interno del famigerato spettro politico tradizionale. Ma poiché secondo questa definizione ne fanno parte, e poiché la storia tassonomizza e semplifica senza curarsi delle preferenze lessicali, me ne infischio. Utilizzo invece il termine centrosinistra nell’accezione già universalmente nota.

Da dove arriva la situazione attuale

Nel 1991, al suo ventesimo congresso, il Partito Comunista Italiano si sciolse. Ne derivò l’agglomerato che generò prima il Partito Democratico della Sinistra, poi i Democratici di Sinistra, divenendo infine quello che oggi è il Partito Democratico, e producendo per gemmazione Sinistra Ecologia Libertà tramite i suoi accoliti un po’ meno affezionati all’idea di un andamento del centrosinistra sempre più diretto al centro piuttosto che alla sinistra.

Quella parte di parlamento che invece, almeno formamente, si riconosceva nell’etichetta di comunista ma che sarebbe più corretto definire socialdemocratica, ha proceduto a dividersi progressivamente in una molteplicità di partiti satellite, quali ad esempio Rifondazione Comunista, il Partito dei Comunisti Italiani, poi Sinistra Critica, il Partito Comunista dei Lavoratori, e più recentemente altri ancora, nessuno dei quali è riuscito a guadagnare risultati davvero significativi, né in termini di presenza nelle lotte sociali né in quelli di presenza elettorale. Potere al Popolo nelle ultime elezioni ha guadagnato un 1% che sembrerebbe non del tutto irrisorio considerata la data di nascita del partito. L’eccezione che conferma la regola?

L’equivoco, ovvero il centrosinistra e il suo ruolo in questa fase storica

Chiaramente, avere certe origini ha generato l’equivoco che tali partiti di sinistra lo fossero davvero. Negli anni, il centrosinistra, personificato dal PD, ha spesso dato mostra, a livello locale e nazionale, di un atteggiamento che ha titillato l’umorismo di qualche generazione di satiristi: la parvenza di fallire ridicolmente, in virtù di una grandiosa stupidità, la rincorsa a cariche di rilievo con campagne politiche sempre meno sensate e sempre più imbarazzanti, trovandosi lo stesso talvolta a vincere elezioni a furor di popolo per via della palese insoddisfazione con le politiche del centrodestra. Elezioni i cui risultati, però, tale centrosinistra prontamente autosabotava.

Dietro a tanto notorio apparente masochismo, si cela realisticamente un’oculata scelta strategica. Infatti, tutto ciò può avere senso considerando questo partito come reali punti di riferimento dell’orizzonte politico di sinistra, ma così non è. Il Partito Democratico è da sempre incarnazione diretta degli interessi di parte della classe borghese italiana e delle sue contraddizioni ed ipocrisie. La scelta di fallire, costantemente, ha incarnato invece la volontà di distruggere la fiducia collettiva nel concetto popolarmente diffuso di sinistra, seminando terreno fertile per la nascita di alcune note correnti politiche odierne, e spingendo il proprio elettorato perlopiù in tre direzioni: per una sparuta minoranza, l’uscita dal centrosinistra e l’affermazione in posizioni di sinistra radicale o in partiti superstiti di area socialdemocratica. Per la maggioranza, l’abbandono della fiducia nella politica parlamentare, manifestata con una precisa scelta di assenteismo per mezzo della pratica astensionista alle elezioni; e dall’altra parte, la confluenza nella tendenza politica incarnata dal Movimento Cinque Stelle.

Quest’ultimo si è reso portavoce del mal di pancia delle soggettività disilluse che il centrosinistra ha ripudiato, e ha accolto in pieno l’eredità culturale dell’Italia uscente da vent’anni di berlusconismo: superficiale nell’analisi e legalitarista nella prassi, legata al carisma spettacolare dei personalismi, profondamente qualunquista e appiattita su un dibattito politico e culturale profondamente manicheo nelle sue dicotomie: berlusconismo e antiberlusconismo prima, partitocrazia e antipartitocrazia poi. Niente proposte autonome, solo opposizione, e neanche fatta bene, perché fare oppozione significa farsi valere quando non si è al volante del governo: solo una mentalità di piena distruttività e nient’altro.

Certo, non si tratta del personalismo del vincente o del furbo, in compenso si tratta della rappresentazione eroica dell’onesto cittadino, tale signor nessuno, che assurge alla qualità eroica di mito redentore del sistema che non funziona, e non conta che suddetto figuro debba davvero possedere le competenze e la capacità politica per poterlo essere, perché è una riscossa emotiva e nient’altro. L’elezione, in questo caso, è l’equivalente istituzionale del tropo dello giovane sfortunato che contrasta le avversità e arriva all’obiettivo tanto ambito. E dopo il raggiungimento? Chi se ne importa, il film è già finito a quel punto e lo spettatore si è già asciugato la lacrimuccia di commozione.

Seppur in apparenza in opposizione prima al governo Monti e poi a quello di Renzi, il Movimento Cinque Stelle ne condivide le idee fondamentali. Infatti, Grillo e l’attivismo a cinque stelle sostengono neanche troppo implicitamente l’idea che un problema politico e sociale debba essere  spoliticizzato e reso dunque un problema se non propriamente tecnico (in quanto ai 5 Stelle, pare, fanno parecchio schifo le persone competenti (considerazioni morali a parte), quantomeno pratico. Cambiano, al massimo, i mezzi: per i primi la soluzione è lasciarsi guidare dalle indicazioni dei vampiri della finanza internazionale, per i secondi farsi promotori di posizioni euroscettiche, con l’obiettivo di un’autarchia di ritorno, specchietto per le allodole in quanto materialmente impossibile. In virtù di questo, ha un che di interessante che i voti di protesta contro il governo vadano a chi non ne smonta neanche il benché minimo presupposto ideologico. Se il voto di protesta è quello che per malcontento della più svariata natura si oppone allo status quo non sostenendone l’esatto opposto,  allora questo non può considerarsi neanche un voto di protesta, bensì un voto di sfogo.  Intendo come sfogo qualcosa di simile alla masturbazione: molto soddisfacente, ma fine a sé stessa.

Chi è la sinistra oggi, e perché non decolla 

La crisi economica degli ultimi dieci anni ha rappresentato una scusa efficace per concretizzare una regressione definitiva sul piano delle conquiste sociali ottenute dai movimenti sociali operai, studenteschi, femministi e di liberazione omosessuale a cavallo degli anni settanta. Questa regressione trova le sue origini molto, molto prima. Le prime riforme tese all’impoverimento del welfare e delle sue istituzioni fondamentali – istruzione, sanità, politiche sociali, di inclusione, del lavoro – hanno avuto luogo a partire almeno da poco prima dell’inizio della decade degli anni novanta, e della parabola berlusconiana che è seguita poi. La tendenza attuale si può considerare l’acutizzazione dei sintomi di una malattia cronica che sta mangiando il tessuto della società italiana da molto tempo. L’Italia in questo momento è  un paese che ha a capo, a vari livelli, ben tre destre diverse, tutte numericamente rilevanti: il chiacchiericcio inacidito e xenofobo della Lega Nord, anzi, Lega, perché se c’è una cosa che nessuno ha ben capito è che anche se il leader di governo sarebbe di Maio, quello simbolico, e con molto più potere sull’immaginario popolare, è Salvini, che non è affatto così imbecille. Siamo così depoliticizzati che ormai invece di dire fascista diciamo stupido, e così dissociati che ci sembra anche normale. Poi c’è in un angolino a spazzare la polvere il liberismo passivoaggressivo del Partito Democratico e la demagogia dei buoni sentimenti del Movimento. Non serve prendersi alcuna responsabilità, fare alcuna fatica, o possedere qualsiasi livello di capacità di lettura del presente. Tutto ciò che occorre è onestà. Ah, l’onestà.

Poi è venuto il governo M5S-Lega, con un ensemble di dichiarazioni rispettivamente imbarazzanti, orribili e atroci, i cui critici si scontrano con persone che maldestramente fino all’altroieri criticavano una supposta imbecillità statunitense nel mandare al governo Trump, e i cui ministri meritano una denuncia per atti osceni, quali essere  stati nominati ed avere accettato tale nomina.

Non mi sono ancora risposto alla domanda principale di questo paragrafo, e c’è un perché. La sinistra parlamentare in Italia non esiste, e quella extra respira a malapena. Per la cronaca è così almeno da quando Berlinguer (Enrico, intendo) sponsorizzava la delazione nei confronti del movimento del ’77, e a seconda del grado di sinistrità, anche prima; qualcuno di centro-sinistra direbbe che è stato l’altro Berlinguer con la sua tristemente famosa prima riforma al ribasso nel mondo dell’istruzione, poi ricopiata più o meno ad ogni tornata elettorale da qualsivoglia governo.

Se adesso ci ritroviamo a confrontarci con chi, pieno/a  di ragionevoli dubbi sull’attuale governo, si sente rispondere con sdegno che è comunque meglio del PD, è perché se esiste una stupidità contagiosa, il paziente zero è esattamente chi, posizionato realisticamente parlando a centro-sinistra (a prescindere da dove pensasse di posizionarsi) non ha voluto capire questo: che non stava a sinistra. Stava forse cercando di salvare il Titanic, tutt’alpiù, ma senza riuscirci e senza nessuna buona ragione, perché quel DNA è lo stesso di chi controbatte al razzismo di Salvini con argomentazioni imbarazzantemente razziste, che sommariamente riassumiamo in gli-immigrati-come-risorse (implicitamente, risorse-da-sfruttare-per-il-capitale), così razziste che Salvini stesso è addirittura in grado di dire una cosa vera e più di sinistra delle altre accozzaglie di parole – che sì, sull’immigrazione ci mangiano le cooperative che gestiscono i vari centri di accoglienza, se vogliamo chiamare accoglienza quello che è il revival senza canne fumarie dei campi di concentramento.

Quella frase da sola l’avrebbe potuta proferire pure la reincarnazione di Marx o di Bakunin; il problema è quello che viene detto dopo, alias la supposta soluzione, cioè il rimpatrio di tutti quegli italiani (sì, leggete bene, italiani, perché si chiama così chi vive, studia, lavora sul suolo italiano) che, come tristemente rilevato dai sinistri imbarazzanti di cui sopra, sono tuttavia correttamente indicati come coloro tramite cui questa generazione di neo-anziani avrà una pensione, e se proprio c’è molta fortuna anche la successiva.

È il DNA di chi non ha aperto bocca contro l’infame Turco-Napolitano che ha di molto preceduto la Bossi-Fini, le varie leggi che hanno creato e sostenuto la crescita del precariato, lo smantellamento del sindacalismo degno di nome su larga scala, di fatto la proibizione dello sciopero. Occorrerebbe ricordarlo al prossimo frignone che si lamenta del fatto gli autisti dei mezzi pubblici fanno sciopero un giorno solo e dice che è solo per non lavorare perché altrimenti sciopererebbero un mese, occorrerebbe ricordare anche che probabilmente in un simile caso vorrebbe applicato a loro il metodo Cossiga – altresì noto come bastonate – pur di non perdere il suo, di lavoro, se ciò davvero succedesse, e che in buona parte è esattamente perché in tutta questa genetica che menziono, è avvenuta una mutazione: siamo diventati tutti di destra.

Quando l’unità centrale dell’USB, supposto sindacato di “sinistra”, alla morte di un suo ferreo sindacalista ucciso dai padroni, dichiara in preda a razzismo atroce  uno striminzito scioperello locale – sicché il sindacalista in questione è nero, viene dal Mali e, affinché tutti ne ricordiate bene il nome, sperando che chi di dovere se lo sogni la notte in preda ai sensi di colpa, si chiamava Soumaila Sacko – non manda a ferro e fuoco tutto ciò che può, allora significa che l’USB e chiunque non smetta di supportarla seduta stante – ne tengo fuori il comitato locale che non ha certo le responsabilità dei vertici, che è la prima vittima di questo omicidio e che ad ogni modo ha agito ma soprattutto reagito – dopo quanto accaduto non è nient’altro che che un covo batterico che al prossimo starnuto finirà più a destra di Casapound. La quale paradossalmente, di fronte a un governo che per prima cosa urla alle donne di dare figli alla patria, è paradossalmente vagamente più progressista nel concepire in un suo noto vecchio programma la possibilità che le donne possano lavorare, oltre che essere nutrici. Ah, bastarda ironia. Chissà per quale ragione il pensiero corre a Virginia Raggi, che la prima cosa che ha fatto divenendo sindaca è stata smantellare i centri antiviolenza: decisamente un gesto progressista, uhm…. no, direi di no, visto che andrebbero supportati ed estesi dalle donne cisgender anche ad altre categorie che di violenza domestica ne subiscono, forse in percentuali diverse, ma di certo ne subiscono: uomini e donne  e persone non binarie etero, gay, bisessuali, asessuali, cis e trans e così via. Un off topic? Mica tanto. Pure lei è un’alternativa alla destra con idee di destra.

Dicono che la misura di civiltà di un popolo è come trattano le donne, o gli animali, non so, ogni decennio è una categoria nuova. In questo caso, dico che la  misura della civiltà è il fatto che qualche italiano nero non ha ancora messo sulla picca la testa di qualche italiano bianco. Magari lo stesso che dice che è una risorsa. Altro che la memoria di Rosarno: è già tanto di cappello se non scoppia la guerra civile! Non che mi piacciano le situazioni sanguinolente, ma avrei molta difficoltà a biasimarlo con tutta la merda che si è preso addosso nei – come da titolo – ultimi vent’anni.

E la sinistra non parlamentare?

A parte alcuni scampoli di tessuto sociale in cui effettivamente si è inserita – ad esempio, in Val di Susa per la questione TAV – non è che esista, al momento, una forza politica, un movimento reale su una qualsiasi tematica che sia degno di nota, dove il misurino per essere degni di nota consiste nel fare conquiste sociali. Perché questa è la verità: sono anche più di vent’anni che non facciamo significative conquiste sociali. La sinistra extraparlamentare, in ogni sua emanazione, si difende, ma non offende, mai. E dovrebbe! La migliore difesa è l’attacco, soprattutto in politica, e soprattutto se si parla di diritti sociali.  Così ci ritroviamo a difendere leggi orribili, con tutto il rispetto a chi ha lottato duro per trovarsi di fronte poi a simili scempi, che sono delle chimere malconce tra un’istanza sana e uno svomitazzo della Democrazia Cristiana, dove la seconda parte prevale.

Difendiamo la legge 194, che in primo luogo permette l’esistenza di obiettori in ospedali e servizi pubblici, che non dovrebbero proprio esistere in uno stato, che faremo finta essere laico, come quello italiano che invece è più o meno una specie di plug-in del Vaticano.

Difendiamo la legge 164, che concede la giusta identità alle persone transessuali solo appurandone la sterilità, e non contempla altro che le due opzioni uomo – donna, lo facciamo a spada tratta, e le associazioni transessuali apparentemente ne sono felici e hanno molto da ridere invero, visto quanto intrallazzano per creare prassi e consuetudini ancora più conservatrici della legge in sé, prassi che comprendono un dispendio economico allucinante in spese legali e uno energetico allucinante per essere obbligati nella maggior parte della città a numerose obbligatorie sedute di psicoterapia atte a confermare l’ovvio – la volontà di transizionare – per avere diritto a operazioni e documenti – ma sia psicologo che avvocato li consigliano l’associazione, che nessuno si preoccupi! Ed esiste addirittura un’associazione italiana dei bastonatori fra le ruote, che si è inventata ex novo un protocollo di transizione perché quello internazionale era troppo poco autoritario e impositivo e le faceva schifo. La stessa associazione fa convegni sulla transessualità in cui vi lascio immaginare, anzi no, quante persone transessuali abbiano voce in capitolo: nessuna. Nulla importa che è cosa abbastanza nota che una psicoterapia obbligatoria toglie tutta la terapeuticità di una psicoterapia, nessuno critica queste associazioni e men che meno questo modello.

Questi sono solo un paio di esempi che sento riguardarmi da vicino, in qualche modo, perché particolarmente interessato alla sfera femminista e LGBTQIA, ma ne avrei potuti fare un’altra dozzina. In almeno ogni città più che occupare nuovi spazi sociali e nuove case, ci limitiamo a sperare sbarrando le porte di non venire sgomberati. Non chiediamo i diritti che non abbiamo, chiediamo al feudatario di non mandarli al macero ancora di più. Nessuno aggiunge esplicitamente “per favore”, ma se venisse aggiunto non cambierebbe granché il significato che portano con sé queste lotte di retroguardia. Ne sarebbe anzi il giusto complemento d’arredo semantico.

E come una ciliegina sulla torta a strati, un problema vecchio come il mondo: in quale chiesa debbono andare i fedeli? I comunisti mettono il cappello, gli anarchici mettono il cappello, tutte le sottocategorie di ambo le categorie mettono il cappello, tutti sono riparati dal sole già  non troppo splendente del pensiero critico e nessuno fra gli uni o gli altri si rende conto che tutto va a scatafascio, e che il mondo intorno non sembra essere particolarmente interessato ai corsi e ricorsi storici di nessuno, ma a proposte di lotta sociale concrete. Il fatalismo è stupido, e non siamo spacciati.  La lotta esiste, qui e lì, il settore della logistica è un esempio piuttosto evidente di questo; mi vengono alla mente anche le operaie Yoox. Ne dico una a caso, per inciso.  E a giudicare dalla composizione sociale di queste lotte, viene da pensare che uno dei famosi lavori che gli italiani non vogliono più fare sia la lotta di classe. Quella cosa famosa che non ha più senso perché le classi non esistono più, destra e sinistra non esistono più, oppressi e oppressori non esistono più però intanto il mio capo mi licenzia e io posso andare sotto i ponti a impiccarmi. Non so se avete presante.

Ed ora un gigantesco post scriptum:

Care sorelle e fratelli migranti, mi unisco a voi in questo gigantesco lutto, potrei chiedervi di perdonarci, ma non lo farò, perché fareste tutto il bene del mondo a guardare con sospetto agli attivisti bianchi. Potrei chiedervi perché vi fate un mazzo tanto per i diritti degli altri, altri che serbano odio e rancore nei vostri confronti nel peggiore dei casi e nel migliore evitano soltanto di essere apertamente stronzi e colonialisti-di-sbieco-ma-in-grande-stile, ma non ve lo chiedo, perché lo so già. È la cosa giusta da fare – un concetto forse antiquato, sicuramente immortale: ma più che altro, un concetto di sinistra. Non se ne vedono da un bel po’.  Vi ringrazio a nome di tutti quelle teste di rapa che dovrebbero e non lo stanno facendo. E se qualcuno se ne esce con quella stronzata delle pensioni e vi scappa un calcio nelle rotule del soggetto in questione, beh, anche quello è un gesto di sinistra.

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Rhesus

Li vedi
sono grumi
che coagulano

Partono che sono ossigeno
tornano avvelenati
e stanchi

Hanno una vecchia abitudine
da globuli bianchi
ringhiano ai corpi esterni

Pascal

Il cuore
ha sue ragioni
che la ragione non conosce
ma se le conosce
le evita

M’innamoro, soprattutto delle idee

 

M’innamoro, soprattutto delle idee.
Ogni tanto anche di chi le incarna.

Guida turistica al giornalismo discutibile

«Non avere un pensiero e saperlo esprimere: è questo che fa di qualcuno un giornalista.»
(Karl Kraus)  

Vorrei mostrarvi i traumi, più che altro cranici, di alcuni trend giornalistici incarnati nel decennio corrente in modo vieppiù cretino da varie tipologie presenti nell’ecosistema redazionale dei mass media. Ogni buon giornalista deve essere un pensatore critico e scettico, e loro in effetti sono araldi del dubbio.  Più specificatamente del dubbio gusto e della dubbia veridicità. Mi sono sforzato di tracciarne un’approssimata tassonomia. Vediamoli insieme.

Il benaltrista. Qualunque sia l’interrogativo posto al mondo, la rivoluzione per cui sbandierare, non sarà mai istanza seria abbastanza da conseguire la sua entusiastica approvazione. Sei gay, bisessuale, lesbica, transgender, intersessuale? C’è ben altro di cui preoccuparsi. Ti batti per il benestare della sanità, dell’istruzione, della cultura in generale? C’è ben altro di cui preoccuparsi. Sessismo, razzismo e molti altri -ismi ti paiono orribili mali che affliggono l’odierna società? C’è ben altro di cui preoccuparsi. Pensi che esista una carenza di pratiche inclusive nei confronti delle persone disabili? C’è ben altro di cui preoccuparsi. Cosa, allora? A giudicare dall’eterna filippica sulla disoccupazione che è in procinto di elargire anche quando gli si intima di farsi la barba,  si penserebbe che il welfare sia un suo interesse fondamentale. Ci si illuderà quindi che forse parlare di tematiche ad esso relative è ciò che ci vuole per accalappiarsi i suoi favori. La realtà tristissima è tutt’altra. Lottare a favore di lavoratori e lavoratrici renderà ai suoi occhi qualsiasi umano degno di nota una schifosa sanguisuga statalista. Il benaltrista è infatti la voce della piccola e media imprenditoria, e da buon borghese non si cura di nulla che non sia il proprio portafogli. A leggerlo viene da rimpiangere il caro vecchio edonismo sfrenato da milionario cocainomane, sicché quest’ultimo ha il buon pregio di fottere il prossimo suo senza annoiarlo. Non c’è suo articolo che non contenga un’invettiva esterofila contro l’inadeguatezza dello stato italiano, diretta a quelle poche cose che funzionerebbero in modo perfetto producendo ottimi risultati se non fossero state deturpate dallo smantellamento neoliberista di qualsiasi forma di supporto sociale, distruzione che egli stesso promuove. Il suo ghiribizzo autoassolutorio accoglie tenero alcuni sinistroidi sperduti, poiché questo genere di lamentele agli occhi poco attenti pare ammantarsi quasi, per via del suo materialismo, di una vaga vena socialisteggiante. E insomma, per dio: ci sono i bambini affamati in Africa, i marò, ci vuole la pace nel mondo e poi mio fratello piscia a letto. È increscioso che nessuno si preoccupi mai dei veri problemi.

Lo spargipietà. Parla di ciò che ha nel mirino nel modo più sgarbatamente patetico. I suoi sono articoli di vivace depressione di mezza età che infantilizzano i lettori e gli oggetti della discussione, proprio come se stesse facendo dono di una lezione di vita ai nipotini che lo guardano con finta ammirazione grattandosi le pudenda di fronte al caminetto. La forte vena provinciale spruzzata di voyeurismo inconsapevole provoca sbadigli tali da ammaccare la mascella e impedisce ogni volontà di disamina analitica. Negli ultimi tempi sembra essere disgraziatamente in voga presso varie femmine della specie Homo Editorialis, per via della cultura patriarcale che spesso spinge le donne a sottoporre sé stesse e le altre al tedio di farsi acute difensore del codice morale socialmente accettato (e accettabile).  Alcune tematiche predilette: la gioventù, il sesso, la droga e i bei tempi andati non corrotti dalla morale decadente, la quale pare decadere ruzzolando giù per i viottoli della modernità malvagia più o meno da quando esiste vita cosciente su questo pianeta.

L’emergenziale. Si tratta di una creatura che va a caccia nelle stagioni calde. Essendo l’estate priva di eventi particolarmente significativi che diano aria ed euro ai rotocalchi, è responsabilità impellente non esitare a impastare in prima pagina eventi sì certamente orribili ma di nessuna particolare novità, che divengono d’un tratto emergenze nazionali atte a sponsorizzare l’agenda politica del primo brontolone che passa e abbia in mano una soluzione inappropriata e inefficace. Un rimedio peggiore del problema, ovvio. Cosa pensavate?

Il narcisista. Il suo articolo è tipicamente incentrato sulla critica feroce di fenomeni di costume di  scarsa rilevanza che, tuttavia, procurano diversi pruriti cerebrali e talvolta intimi al suo autore. Esso opporrà il suo antidiluviano spirito del tempo a quello di tutte le generazioni successive, alternando nostalgici panegirici della bellezza di ciò che fu e stizzite missive di damnatio eterna. Lo farà nella lamentosa speranza di continuare a ricoprire un ruolo di rilievo nel mondo che cambia, ammesso e non concesso che l’abbia mai ricoperto. In tutti i casi, propone tesi ridicole con arrogantissima sicumera, lasciando intendere che la sua sia in primo luogo un’opinione necessaria, in secondo luogo un’opinione legittima, e in terzo luogo l’unica realmente concepibile da primati di media intelligenza. Poco propenso all’uso delle infinite potenzialità del testo argomentativo, depone tutta la forza delle sue ragioni nei suoi parametri anagrafici, nel suo titolo di studio (meglio se privato), in ricerche che ha male interpretato o esplicitamente manipolato, nelle opinioni dei suoi amici, parenti, lacché e così via. Questo lascia intendere che non abbia nemmeno mai provato a cercarla nella sua intelligenza. Non proprio. È che si arrangia, proprio come tutti quelli che cercano qualcosa e non la trovano.

Il tuttologo. In genere è una personalità esperta in un preciso campo del sapere, dove fa valere conoscenze ed esperienze acquisite negli anni. Il dramma è che si azzarda imprudente, figliol prodigo, a vergare prose perniciose a ciel sereno su questioni di palpabile estraneità rispetto alle sue competenze, e quando ciò accade rimbecillisce esponenzialmente fino a generare potenti vortici dapprima di insensatezza, poi di sconcerto e delusione in coloro che a tale figura riconoscevano un certo estro intellettuale magari anche gloriosamente meritato, ora messo in disparte da un altrettanto meritato imbarazzo imperituro. Il che può anche sembrare ingiusto, ma ci solleva dal peso immane di dover sopportare intere tonnellate di opinionismi irrilevanti da parte di qualunque balzano professionista logorroico che abbia mai conseguito qualche credito formativo universitario in vita propria.

Mi pare di aver qui racchiuso, pur non esaustivamente, i profili di particolare rilievo. Tenevetene alla larga di persona, digitalmente, a mezzo stampa. L’uso di un antiparassitario e la disdetta degli abbonamenti dovrebbe tenervi al sicuro.

Il fascino discreto della scuola serale

In memoria di Luca Varani 

Erano le sei e un quarto circa. Spiluccavo pastarelle in piedi. Scorrevo il rinfresco come il fotogramma ignorabile di un film mediocre, attingendo a vassoietti di carta rosa antico adagiati sui banchi verdi dell’androne di scuola. Ero arrivato da poco. Avevo trascinato con me il mio ragazzo, nell’idea semplice e ingenua di farlo più partecipe della mia quotidianità. Una festicciola prenatalizia m’era parsa un’occasione adatta, per distensione e convivialità, così c’eravamo incamminati da casa mia per percorrere il chilometro e mezzo che percorro ogni giorno, per approdare nel parcheggio e poi salire le scale che mi portano sui banchi. Gli altri, alunni e professori, si apprestavano a brindare.

Nel bel mezzo dell’estate appena precedente, a latere di due anni di abbandono scolastico, depressione immobilista e vari mesi di psicoterapia, insorse una improvvisa epifania. Non m’importava un bel niente di diventare grafico pubblicitario! Con un’impulsività a me sconosciuta mi precipitai a fare la cosa giusta, dare il via al mio rinnovato progetto di vita. L’afrore estivo di metà luglio era palpabile, in un senso molto poco aulico: potevo tastare fiotti di sudore scendermi sul volto. Aspettavo sotto il portico della mia futura scuola il coordinatore della mia futura classe, che avrei scoperto essere poi il mio professore di italiano e storia nel corso serale di elettronica che mi aspettava alla partenza nelle ultime giornate settembrine. Venne il mio primo giorno di scuola, non il primo in assoluto, ma certamente il primo che davvero desidero ricordare. Sulla via di casa non riuscivo a trattenere lacrime di commozione, per aver deciso che direzione dare alla mia esistenza, ma soprattutto per aver trovato una volta in vita mia una classe in cui non sentirmi, per una volta, l’eterno escluso.

Ero lì, ed era la mia prima vera festa coi miei primi veri compagni e compagne. Non solo quelli con cui condividevo l’anno, ma tutti quelli che in giro per i corridoi potevo incrociare almeno un istante al giorno,  o quasi. Nella condivisione cruciale del frangente nanoscopico dell’incontro, esiste un affetto implicito ed etereo, che ti lega indissolubilmente a qualcuno di cui non sai nulla che forse neanche saluti, ma che esiste in quello spazio e in quel momento, e del quale in fin dei conti t’importa. Quando decisi di iscrivermi feci fatica a trovare un articolo, una testimonianza, qualcuno che menzionasse queste benedette serali, e mi domandavo come fosse possibile che una esperienza tangibile della pubblica istruzione fosse tanto soggetta a un pubblico e sostenuto processo di rimozione. La mia ultima memoria a riguardo riguardava una mia insegnante delle medie, intenta a minacciare un altro suo allievo. «Se non t’impegni, finirai alle serali, e poi a lavorare!». Ecco che lei con queste parole evocava l’idea uno spazio mefistofelico, destinato ai disobbedienti, ai pigri, agli emarginati. A suo tempo archiviai l’informazione in uno spazio recondito della mia testa, ignorando il tutto. Poi mi ricordai. Capii. Le scuole serali sono un luogo della liminalità, che esiste e non esiste, dove la realtà si confonde con il sogno, a volte vivido e sereno, a volte irrazionale e surrealista; così, imprevedibilmente, la fraseologia punitiva della mia docente di allora era al contempo verità e bugia. E sì, in effetti non si può negare che un luogo simile possa essere destinato almeno in parte ai reietti, poiché senza dubbio destinati piuttosto spesso, per le più disparate ragioni di reddito e di vita,  ad avere un percorso formativo pieni di buchi, discese, salite, stop, semafori. Ma in questa strada che non conosce nessuno esiste simultaneamente l’ordinario e lo straordinario, il perfezionismo e la tranquillità oziosa, e molte altre contraddizioni e sfumature che amo e proteggo. Questo, almeno, è ciò che penso fra me e me, mentre sono leggermente brillo. Ad un tratto, questo tipo mi versa un bicchiere di spumante, senza che io gliel’abbia chiesto. Accetto, sorrido, ringrazio. Chiacchiero, rendo manifesta l’esistenza del mio ragazzo, seduto sui gradini che portano al primo piano. Non è che la notizia desti chissà che stupori e continuiamo a scambiare due parole. Mi manca il coraggio di chiedergli come si chiama. È così strano pretendere un’identità da una persona con la quale hai già coltivato semi di confidenza, sembra di domandare il nome al parente che viene a pranzo ogni domenica, con tutti gli imbarazzi e gli screzi del caso. In questo momento so come ti chiami e non avrei voluto saperlo così.

È tutto così assurdo. Certe cose sembrano accadere solo al cinema, in un telefilm, in un romanzo pulp, in ogni caso in una bolla immaginaria così lontana da qui. Viviamo in una periferia, in periferia cose brutte capitano, non più spesso che altrove, ma forse con più silenzi stampa strozzati; però capitano, al massimo si finge che non lo facciano. Eppure nulla sembra realistico. Com’è possibile immaginare in fondo che il ragazzo che ha frequentato la mia stessa scuola – a poca distanza dalla via di questo quartiere dove gli anziani fanno la spesa e i commessi non hanno mai il resto – possa essere davvero stato la vittima di una violenza così sadica e gratuita? Perché è successo? Quale vuoto infinito può guidare un coltello solo per sentire che effetto fa? Quello di una generazione frustrata dall’incapacità di incidere davvero su qualcosa nel mondo. Forse. Chissà. Tanti giornali scrivono scemenze, congetturano per attirare clic, mettono il naso nella vita privata, creano pruriti scandalistici dove c’è soltanto una tragedia. Si spera che i posteri possano perdonarci, per questa volontà necrofila di rimestare nella vita altrui ed esporla in pubblica piazza, per questa inabilità a rispettare il dolore, e a volte, semplicemente, tacere.

L’articolo è stato precedentemente pubblicato qui.

La difficoltà di essere in difficoltà

Ho difficoltà a fare molte cose.

Non so condividere i miei spazi, non senza impazzire. Non so cominciare e finire le cose con facilità. Non me la cavo granché col linguaggio del corpo e le sottili implicazioni emotive dei messaggi sottintesi. Non sempre riesco a comunicare a voce, e anche quando posso avverto un enorme peso nel tradurre le mie immagini in lessico intellegibile. Non posso tollerare che i programmi vengano stravolti di punto in bianco. Non so gestire più di un impegno al giorno, massimo due, per le mie energie limitate e per via dell’angoscia e del disorientamento che mi porta la gestione simultanea o sequenziale delle mie istanze quotidiane. Non esco molto di casa perché mutare spesso ambientazione mi stressa molto. Non ho realmente idea di come ci si faccia delle amicizie, o di come si manutengono i rapporti umani: devo i miei residuati di socialità a tutte quelle persone che fanno lo sforzo di perseguire la mia compagnia. Ho bisogno di fare tutto sempre allo stesso modo e di obbedire a piccole e grandi compulsioni utili e inutili che non sono dettate dallo sfogo di un’ossessione ansiosa ma da un’innata, non estirpabile tendenza alla routine, e non posso non ammettere che mi sento a disagio nel continuare questo paragrafo rompendo lo schema che mi fa iniziare le frasi con un bel non. Ho dei sensi che funzionano in modo intenso e bizzarro, offrendomi la capacità di causarmi disgusto fino al vomito di fronte a molti sapori e consistenze; sentirmi benedetto sulla terra per le deliziose, friabili onde sonore di tarallo masticato sull’autobus dalla passeggera dietro di me; scoppiare in una immensa crisi di rabbia notturna graffiandomi le braccia e sbattendo la testa contro il mobiletto del bagno per via della irritante frequenza dei miei che russano e dell’insopportabile nenia di slinguazzamento che fanno i gatti nei loro riti di toelettatura, poiché dormiamo nella stessa stanza da vent’anni con buona pace del mio ineluttabile bisogno di privacy; avvertire la benché minima variazione di temperatura dunque non riuscire a tenere in mano una tazza moderatamente calda e ciononostante uscire spesso di casa con un abbigliamento inviso a ogni briciolo di buonsenso meteorologico, sudando a fiotti o sfidando la morte per ipotermia con gagliardo sorriso futurista e mani cianotiche. Regolare amministrazione autistica.

Molto tempo fa mi sono accorto di queste difficoltà senza accorgermene davvero. Ho assunto presto la consapevolezza che la mia percezione non corrispondeva alle percezione delle persone che incrociavo. Non che sia poi così difficile quando chiunque ti fa notare che una buona parte dei tuoi modi di fare e d’essere sono per così dire inappropriati, fuori luogo, strani. Dove non sono arrivato io con arguto dedurre, c’è arrivata la pressione sociale con le persuasive argomentazioni della persecuzione fra pari; anche fra dispari, vista l’annosa abitudine delle persone dotate di un potere ad abusarne. Lezione appresa. Diverso non si può, trovarsi in una brutta situazione è un crimine imputabile anche se non è un crimine e anche se non è stato commesso. I bravi bambini obbediscono. Io ho obbedito. Per fortuna ho quasi smesso, ora consumo solo mezzo pacchetto al giorno.

Questo livello di realtà colora tutta la mia vita, il mio stare nel mondo, come anche il cambiarlo. Lo spazio e l’agire tradizionale della politica extraparlamentare – ma anche di quella parlamentare,  la quale però non ho mai vissuto e praticato, e mai accadrà – consiste in un insieme di implicite regole sociali le quali per lungo tempo ho tentato di capire e assecondare, inutilmente, quali diplomazie, narcisismi, bisogni d’appartenenza, omologazione, intollerabilità di vario genere. La peggiore pretesa è però la straziante richiesta di abdicare la propria persona in favore di un’abnegazione totale, noncurante delle priorità, delle limitazioni e delle necessità individuali e sociali, figlia quell’idea assurda e reazionaria che è l’indipendenza: essere isole, che si sanno bastare da sole o che in questo modo amano raccontarsela; questa indipendenza, che non rappresenta le abilità legate all’autonomia personale, ma il cerotto  applicato su quell’esigenza palpabile che sono i nostri rapporti di interdipendenza reciproca, in termini di affetto, di cura, di soddisfacimento dei bisogni più e meno elementari; viene chiesto insomma di favorire fatica e intelletto a un gruppo, un collettivo, una rete – esattrici di lavoro emotivo che non ne restituiscono altrettanto – che sì, fornisce una forma primitiva, grossolana e distruttiva di supporto, ma soltanto a chi possiede la possibilità e la pazienza di farsene portavoce e soltanto a costo di distruggerl* pian piano, spogliandol* infine del diritto alla sopravvivenza in nome di qualcosa di più grande, così grande da inghiottire contraddizioni, idiosincrasie, umanità. Che libertà è mai questa? Che giustizia porta con sé?  La libertà di farsi tiranneggiare da una comunità terribile, più fascista di quel mondo che ci mette i piedi in testa di solito. La giustizia, quella delle forche.

Sono qui, diversi anni dopo, a fare i conti con quei lasciti, con l’eredità sostanziale della mia storia e delle mie peculiarità metà neurologiche, metà esistenziali. Stavolta ho con me dei fortunati incontri, una sviluppata capacità di scomporre ai minimi termini le verità che mi vengono proposte, una scarsissima pazienza per le stronzate. Sono capace, oggi, di difendere il bambino che ero e quello che c’è ora nell’uomo che sono: disincantato, umorista, consapevole, un pizzico stronzo, eppure così ostinato in una volontà sconfinata di cercare e offrire tenerezza. La vulnerabilità è un bene incedibile che si tiene in salotto per tutta la vita, un grazioso soprammobile. Non è un compito semplice prendersene cura. Quando mi serve aiuto, e mi serve, non so chiederlo mai e anzi mi accartoccio su me stesso, m’isolo e taccio. Questa è la difficoltà di sentirsi in difficoltà: avere bisogno di aiuto e non sapere come, se, quando chiederlo, a partire dalla posizione più scomoda che si possa assumere che però è l’unica possibile: o si chiede aiuto, o si continua a soffrire. Ma interpellare qualcun* è invitarl* nella mia dimora figurata; nel farlo chiamo implicitamente questa persona a passare di fronte al delicato oggettino di cristallo. Lei potrebbe accorgersi della sua presenza, decidere di toccarlo e farmi fremere nel timore che possa urtarlo, per sbaglio se non per volontà, e farne mille pezzi. Una paura non banale che si mostra nella mia tendenza così consolidata a ironizzare su assurdità, insensatezze, talvolta disgrazie e tenere distanti da sé le spiacevolezze e non averci a che fare. Una strategia ridanciana di stupidità emotiva, e per fortuna non ancora una pessima abitudine che rischia di estendersi ai problemi altri, minimizzandoli. Così ora, quando mi chiedono come va, quella frase curiosa, un’affermazione che sembra una domanda – con tutte le sue aspettative di risposta lineare e affermativa, autoconclusoria: tutto bene, grazie – mi sforzo di rispondere nel modo giusto. Una merda. Perché bisogna sapere che stare male è legittimo e la protesta anche di più. Perché la frustrazione de* singol* sia la rabbia di tutti e tutte.